Trisomia 21 celebra la Giornata mondiale della Sindrome di Down

Sono 120 le persone con disabilità seguite ogni anno a Firenze

 

Non una celebrazione ma un momento di sensibilizzazione e condivisione. Il prossimo 21 marzo anche Trisomia 21 ricorda la Giornata mondiale della Sindrome di Down e con essa tutta l’attività svolta nel quotidiano a sostegno della fragilità. 

Ogni anno Trisomia 21 segue 120 persone con sindrome di Down o disabilità intellettiva affine, accompagnandole con percorsi personalizzati dalla nascita all’età adulta. Attorno a questo lavoro gravitano inoltre almeno altre 250 persone ogni anno tra famiglie, insegnanti e persone che chiedono consulenza e orientamento.

Un percorso di inclusione che per Trisomia 21 si costruisce lungo tutto l’arco della vita. Attraverso il centro per lo sviluppo abilitativo di Firenze l’associazione affianca bambini, ragazzi e adulti con interventi sanitari, educativi e sociali, dal supporto precoce fino alla scuola, al lavoro e ai percorsi di autonomia abitativa.

L’obiettivo è rendere concreta l’inclusione nei contesti di vita quotidiana, con un supporto all’inclusione scolastica, percorsi per l’inserimento lavorativo, laboratori per le autonomie, educazione all’affettività e attività di tempo libero. Strumenti con cui l’associazione lavora perché le persone con sindrome di Down possano partecipare pienamente alla vita sociale.

Un altro elemento fondamentale è l’opera di sensibilizzazione della comunità. Trisomia 21 porta il proprio messaggio in città con iniziative pubbliche e di divulgazione, come la Giornata nazionale delle persone con sindrome di Down che si tiene ogni anno a ottobre. Questo impegno si concretizza anche attraverso la partecipazione a eventi di sensibilizzazione presso alcune aziende del territorio e con la pubblicazione di contenuti social dedicati al contrasto dell’abilismo, alla critica degli stereotipi sulla sindrome di Down e alla promozione di un linguaggio più corretto e rispettoso.

“Come presidente di Trisomia 21, ma prima ancora come genitore – dice Cristiano Bencini – credo che per la nostra società sia necessario e urgente contrastare gli stereotipi sulla disabilità, a partire proprio dal linguaggio. Lo fa anche la campagna di sensibilizzazione di Coordown Just Evolve, lanciata in questi giorni. Per anni abbiamo protetto i nostri figli dagli insulti, spiegando che quelle parole erano solo ignoranza; oggi, nel 2026, non possiamo più limitarci a difenderci. Dobbiamo pretendere un’evoluzione. Guardando al futuro, sogno un mondo in cui i nostri figli non debbano più essere resilienti per sopravvivere a un linguaggio che li sminuisce, ma siano liberi di essere semplicemente se stessi in una cultura che li riconosce come cittadini, non come metafore di errore. Smettere di usare parole abiliste non è un esercizio di stile, è l’atto di civiltà che permette di passare finalmente dalla teoria dell’inclusione alla realtà dell’appartenenza. È ora di lasciare certe espressioni nel passato, insieme a tutto ciò che ci impediva di vedere il valore infinito di ogni singola diversità”.

Maurizio Abbati

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